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Storie

BRINDIAMO ALLA VITA INSIEME A LUCA BADOER: CAMPIONE DELLE QUATTRO RUOTE

La velocità per un pilota non è una sfida, è la normalità.

Difficile identificare il Veneto come una terra di motori e velocità a quattro ruote, più facile pensare all’off road in moto, sugli sterrati di queste meravigliose colline. Invece, sono tanti i piloti automobilistici nati da queste parti: «È una terra di eccellenti rallisti: il due volte campione del mondo, Micky Biasion è di Bassano del Grappa; Riccardo Patrese, 256 premi disputati, è nato a Padova», sottolinea Luca Badoer. Ma se Patrese ha passato la carriera guidando auto britanniche (Brabham e Williams), Badoer ha dedicato la vita al Cavallino Rampante.

Il suo nome è ricordato da tutti per essere stato collaudatore della Ferrari. Forse è il primo caso di un collaudatore che diventa popolare. S’è mai chiesto il perché?

Negli anni ho fatto evolvere il ruolo, che non esisteva, fino a portarlo alla massima espressione. Alla Ferrari facevamo più test di tutti: in media all’anno toccavamo senza difficoltà i 35.000 chilometri in pista. Un’epoca credo irripetibile, non solo per i risultati: avevamo il meglio del meglio in tutti i settori. Dai cuochi ai gommisti, ai meccanici e ovviamente ai piloti. Il mio ruolo ha assunto valore perché la gente ha capito, poi forse perché era la Ferrari. Schumacher era un fratello, avevo guadagnato la sua fiducia: mi ringraziava e quel che dicevo io per lui era sempre okay.

Lei ha vissuto la generazione dei fenomeni e, quando eravate più giovani, in Formula 3 e in Formula 3000 li ha spesso messi negli specchietti. Quali sono i ricordi più vividi?

Due in particolare. Uno con i kart, finale del Campionato italiano. Per un incidente parto al trentaquattresimo posto: in 18, 20 giri sono in testa e vinco. Con le automobili ricordo, prima della Formula 1, la stagione 1992 di Formula 3000, l’ex Formula 2: ho vinto il campionato con quattro pole e cinque vittorie. Un trionfo che mi ha aperto le porte della Formula 1.

E lì c’è stato un bel salto.

Come prestazioni la Formula 1 non era lontanissima, ma era più difficile perché a quei tempi non c’era l’elettronica, la macchina era più pesante, non c’era idroguida. Fisicamente fu un trauma. Dovetti cominciare ad allenarmi ancora più duramente.

È davvero così faticoso andare in auto?

Sportivamente parlando è l’attività più faticosa: non c’è maratona, non c’è corsa in bici che tengano. Stai al limite per così tanto tempo, con i G laterali che ti impongono uno sforzo continuo. Quelle auto sono aerei su ruote. In più, hai i risultati da ottenere e sei sempre concentrato a tirar fuori il massimo. Il ricordo più forte in F1? Non c’è una cosa che spicca, è un insieme di ricordi eccezionali: in 10, 12 anni di Ferrari ho vissuto tante esperienze straordinarie. Ecco, forse su tutte, dico il momento in cui ho ricevuto la chiamata del Cavallino.

Cos’è la velocità per un pilota? Una sfida, un’alleata, un’emozione, una rivale?

“Speed doesn’t matter”, ripeteva Schumi. Non è una sfida. Ci si arriva per gradi, e quando ormai sei in F1 è la normalità. Si arriva al punto che andare a 350, 370 chilometri orari è come andare in motorino.

Ma la vita non si ferma in pista. Qual è la seconda vita di Luca Badoer?

Dalle piste agli infissi era un percorso scritto. Era ovvio che dopo la carriera mi aspettasse l’azienda di famiglia. L’edilizia soffre, ma ci stiamo difendendo bene. Siamo un’azienda dinamica. In fondo, si tratta di focalizzarsi sugli obiettivi, nella Formula 1 come nelle aziende. Credo che aver vissuto in un ambiente estremo mi abbia aiutato a vivere con punti fermi e mi ha dato la volontà di raggiungere gli obiettivi con i sacrifici. Come nello sport.

Lei ha stappato molte magnum per molte occasioni, per cosa si augura di stapparne un’altra nel prossimo futuro?

Mio figlio Brando, 13 anni, che si sta impegnando nei kart. La sua è una grande passione, che non spingo e non forzo. Però stapperei volentieri una ottima bottiglia di spumante per una sua vittoria importante.

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