Storie

VINO E TERRITORIO: FACCIAMO UN BRINDISI CON ANDREA PAOLETTI

La lana è fortemente influenzata dai fattori climatici

Il bel sorriso solare illumina il volto di Andrea Paoletti, nonostante qui il sole sia piuttosto raro: «La lana è fortemente influenzata dai fattori climatici. E non è un caso che Follina sia il comune più piovoso della provincia trevigiana: è in una conca tra montagna e pianura, le nuvole si fermano e si sfogano. Perciò qui fin dal Quattrocento si preferì la pastorizia all’agricoltura, difficilissima in questi acquitrini».

Nasce così fin dal medioevo la tradizione del lavorare la lana che si è spinta fino ad oggi, ben rappresentata dal Lanificio Paoletti, condotto da Andrea assieme ai figli Paolo e Marco.

Scopri l'impresa: www.lanificiopaoletti.it

Dieci generazioni diLanificio Paoletti e duecento anni di storia. Come si resiste allo scorrere deltempo?

La passione passa in maniera naturale e c’è chi la sente dipiù e chi di meno. Ho tre figli: Chiara che si è trasferita a Londra, Paolo cheè stato sei anni da Vivienne Westwood e Marco che pure è stato in Inghilterra epoi ha lavorato alla Staff International di Renzo Rosso. Ma il richiamo per imaschi è stato troppo forte e hanno deciso di tornare. Non è scontato, io hoquattro fratelli, ma qui oggi ci sono solo io, che ho assorbito i racconti deivecchi, degli amici di mio padre, di mio nonno. Mi raccontavano delle casse dilegno per le spedizioni. Oggi avrebbe più valore la cassa del contenuto.

Sviluppo,innovazione, tecnica all’avanguardia quanto vengono valorizzate dall’attaccamentoal territorio?

Moltissimo. Il territorio è una spugna di questi lavori. C’èil senso di appartenenza, che è un valore aggiunto. Il paese era del tuttolegato al lavoro della lana. Per esempio, in dialetto accendi la luce si diceva“daghe acqua”. Perché lo scorrere del fiume e dei suoi salti è vitale perl’energia del lanificio. La parte tecnologica oggi si concentra su finissaggioe rifinizione, ma la filatura rimane sempre quella di un tempo. I macchinarisono più veloci, ma non è detto che siano migliori. Un cachemire bello si facon una macchina piccola.

L’attività di unlanificio è affascinante, ma presenta tanti aspetti difficili.

Abbiamo dovuto superare diverse crisi fin dalla mancanzad’acqua di metà Ottocento, che bloccò la produzione. Poi la Prima GuerraMondiale, quando la fabbrica venne invasa da austriaci affamati. Mio nonno riuscìa scappare a Biella, appena prima che facessero saltare tutti i ponti. Poi nel ’19tornò. Quindi scoppiò la Seconda Guerra Mondiale: fino al ’43 il lanificiolavorò a pieno regime e anzi assunse in esubero, perché chi era qui non andavaal fronte, graziato dal produrre le coperte per l’esercito. Oggi, il nostronuovo dramma è la globalizzazione.

Come state reagendo?

C’è solo un modo: alzando la gamma il più possibile di gustoe qualità. Oggi Francia e Giappone sono i nostri paesi di riferimento, perchériconoscono il valore del Made in Italy. Ma puntiamo alla Cina, anche se non èfacile: quando gli stilisti cinesi capiranno il valore della nostra stoffa, siaprirà un mercato sconfinato.

Tra i vostri valorispicca la sostenibilità. Quanta attenzione le date e come la perseguite?

È un tema importante nel nostro settore. Intanto, eliminiamoi dubbi: la tintura naturale non esiste. L’esigenza del mercato impone, forse anchegiustamente, che non ci sia perdita di colore al sole, che l’acidità del sudorenon l’intacchi. Quindi a livello industriale non si possono usare i colorinaturali. Dal canto nostro, cerchiamo in tutte le maniere di incentivare l’upcycling.Ci sono tanti giovani o piccole aziende che prendono i nostri ritagli e liriutilizzano. Noi glieli forniamo volentieri gratis. Anzi, volete unsuggerimento?

Prego.

Andate a vedere che cosa sono capaci di fare i ragazzi del progettoTalking Hands, il laboratorio permanente di design e innovazioneospitato nell’ex caserma Piave di Treviso. Un gruppo di rifugiati e richiedentiasilo a cui viene insegnato un mestiere e loro, miscelando i nostri ritagli ele stoffe dei loro paesi, creano abiti di grandissimo impatto.

Nella vostra ricerca,vi trovate spesso a confrontarvi con l’arte, l’architettura, il design dellamoda e del prodotto. Qual è la spinta propulsiva che vi porta verso campiall’apparenza così distanti dalla manifattura?

Tenere la testa aperta. Per troppi anni andava tutto bene,bastava che si facessero i soliti loden nei tre colori, verde, blu e marrone.Oggi bisogna contaminarsi. Lo stile e l’arte sono un fine, ma anche un mezzoper distinguersi.

Visto che siete unarealtà in piena evoluzione. A quale traguardo prossimo vorreste fare un brindisi?

Abbiamo un grande spazio, un reparto del lanificio cheavevamo perso, che abbiamo voluto riacquistare e ora ci piacerebbe rivalorizzareper ospitare eventi e aprirlo alla comunità. Lì brindare ci starebbe proprio bene.

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